Non solo BITCOIN saranno i TOKEN la vera rivoluzione della blockchain

NON SOLO BITCOIN saranno i token la vera rivoluzione della blockchain

Il punto principale è che Ethereum non è mai stato inteso come un rivale di Bitcoin. Se l’unico utilizzo di Bitcoin è l’acquisto di merce, Ethereum è in verità una piattaforma che consente la creazione di una nuova forma di programmi: le dApps, applicazioni decentralizzate (spesso ma non per forza di tipo finanziario) che sfruttano la blockchain per disintermediare le relazioni che normalmente necessiterebbero l’intervento di qualche autorità centrale (società proprietarie del software, banche, registri pubblici, avvocati, notai), lasciando che sia invece il codice immutabile che governa la blockchain a fare tutto il lavoro.

Un’utopia libertaria che ha attirato le attenzioni di migliaia di progetti, startup e società di ogni dimensione – inclusi alcuni nomi come Intel, Microsoft e Samsung – che hanno sviluppato software su Ethereum. La differenza con Bitcoin, quindi, è che Ethereum ha un “valore intrinseco” molto più evidente: è un network basato sulla blockchain che può essere sfruttato da altre società per costruire a loro volta altri network, creando un’economia di scala di cui beneficia, ovviamente, anche la criptomoneta che funge da “benzina” del sistema.

Ma il cuore di Ethereum non è tanto la criptomoneta, bensì un’altra applicazione strettamente legata alla blockchain: gli smart contracts. “Uno smart contract è un contratto che è in grado di entrare in esecuzione e fare rispettare le proprie clausole senza intervento esterno”, si legge su Mind the Gap. “A differenza di un contratto tradizionale, uno smart contract è scritto in un linguaggio eseguibile da un computer. Come un contratto su carta, può prevedere gli obblighi, i benefici e le sanzioni che sono a carico o a vantaggio delle parti contraenti nelle diverse circostanze. Può però anche ricevere informazioni come input, elaborarle sulla base delle regole definite ed eseguire delle azioni come output”.

Non è un caso che in molti considerino gli smart contracts la vera killer app della blockchain, uno strumento che rende il contratto immutabile e che soprattutto obbliga le parti coinvolte a rispettare i patti, senza alcuna possibilità di truffe, ritardi, malintesi e quant’altro. Inoltre, il fatto che lo smart contract viva su una rete distribuita su migliaia e migliaia di computer rende praticamente inesistente il rischio che il contratto vada perduto, dal momento che ogni nodo ne conserva una copia immutabile.

Il vantaggio è che questi fattori (i programmi, i contratti che regolano gli accordi e la moneta) sono tutti interni alla piattaforma, rendendo il meccanismo resiliente e affidabile (oltre che anonimo e criptato, caratteristiche fondanti della blockchain). Ethereum è quindi una piattaforma molto più complessa dei bitcoin e che consente di fare molte più cose: si possono sviluppare applicazioni che permettono di distribuire energia, di organizzare la pubblicità digitale o di creare un luogo in cui scambiare il potere computazionale non sfruttato dai computer, com’è il caso di Golem. Tutti gli scambi monetari necessari si possono ovviamente eseguire con gli ether e vengono regolati grazie ai “contratti intelligenti”.

“In un sistema centralizzato, per esempio quello di Facebook, c’è un solo punto centrale di controllo e anche di fallimento. Se i server di proprietà di Facebook vanno in down, andrà in down anche il loro sito”, si legge su Motherboard USA. “Ma in un modello decentralizzato, ogni nodo del network è sia un server che un client, il che significa che se anche uno qualsiasi di questi nodi va offline, la piattaforma sarà comunque in grado di funzionare senza difficoltà. Per abbattere completamente il network di Ethereum, si dovrebbero abbattere tutti i 30mila nodi che compongono la rete. E non è qualcosa che è probabile avvenga”.

Gli smart contracts, quindi, consentono di gestire gli accordi tra le parti all’interno di un sistema sicuro e anonimo, rendendo possibile alle dApps una gestione condivisa in termini di proprietà e anche di governance, sfruttando i cosiddetti “token”. I token si possono paragonare alle azioni di un’azienda quotata in borsa: questi vengono venduti dai creatori dei programmi che vivono su Ethereum nel corso degli ICO (initial coin offering), la versione blockchain degli IPO che consente di investire e finanziare le dApps più promettenti. Possedere i token di un programma, però, non consente soltanto di avere parte dei profitti, ma anche di partecipare al processo decisionale.

Secondo molti analisti, sono proprio gli ICO a essere la ragione principale della mostruosa crescita di Ethereum. Nel corso degli ultimi mesi, il loro numero è infatti schizzato alle stelle, e in alcuni casi le società creatrici dei vari programmi (qui trovate l’elenco completo delle dApps sviluppate o in corso di sviluppo) sono riuscite a raccogliere anche decine di milioni di dollari in ether nel giro di pochi minuti. Al di là delle preoccupazioni sul fatto che, alla lunga, tutto questo hype che circonda le dApps possa danneggiare la piattaforma (trasformandola in nulla più che un un metodo per raccogliere soldi), è evidente come abbia fatto radicalmente aumentare la richiesta di ether, e quindi il loro valore.

Quale possa essere il valore finale degli ether non possiamo stabilirlo oggi, ma possiamo intervenire per scoprire sperimentando se questa è la strada più corretta per una cooperativa che vuole applicare il protocollo blockchain non solo sotto il profilo tecnologico, ma principalmente sotto il profilo “umano”: la prima cooperativa al mondo di “blockchainer” che mira a tokenizzare il valore delle competenze e delle conoscenze dei professionisti di questo ecosistema, ancora oggi privo di regole.

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