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  • Mar. Set 22nd, 2020

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INNOVABILITA [parte V°]

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Approccio innovativo human to human

Un approccio “sistemico” ai programmi di innovazione aperta come INNOVABILITA consente di valorizzare al meglio le nuove tecnologie e quelle che verranno presto fornite dal web 3.0 attraverso una riprogrammazione proattiva dei ruoli e dell’organizzazione del lavoro. Per essere implementato tale approccio richiede che i progetti vengano inquadrati in ampi programmi di innovazione aperta e digitalizzazione delle “operations”, con una chiara visione condivisa strategica dei vantaggi competitivi e del ruolo della persona nei processi operativi. Inoltre un ampio coinvolgimento di più funzioni e dipartimenti, soprattutto in area Operations e IT e di figure a diversi livelli gerarchici, è cruciale, così come il coinvolgimento degli attori della supply chain e degli utenti finali e non solo a livelli informativo, ma soprattutto ai fini di raccolta proposte di miglioramento alle sfide innovative. E’ necessario oggi più che mai implementare – questo documento è una modalità – attraverso strumenti digitali un approccio ai progetti innovativi con una metodologia agile e di design thinking. Il change management è un asset strategico di questo cambiamento per la buona riuscita dell’innovazione aperta 4.0 con persone specifiche che si occupano di condividere questi temi a supporto del progetto facendo leva su una nuova cultura aziendale di un ecosistema orientato al continuous improvement.

In emergenza cogliamo l’opportunità per la creazione di una “new economy”

Negli ultimi mesi le aziende del settore agrifood si sono trovate davanti alla grande sfida di continuare a produrre garantendo le necessarie condizioni di sicurezza a seguito dell’emergenza sanitaria. Dal punto di vista organizzativo questo ha comportato un ripensamento spesso radicale delle modalità e dell’organizzazione del lavoro. Secondo noi per attuare una innovazione aperta costruttiva oggi sono necessari 4 elementi fondamentali:

1] la necessità di ridurre la presenza fisica dei lavoratori del settore agrifood laddove non è indispensabile: un processo accelerato che era ancora in fase precoce di “farming smart working” una flessibilità degli orari e dei luoghi di lavoro. Gli investimenti pregressi in tecnologie 4.0 si è rivelato un fattore abilitante per il trasferimento in remoto di molte attività e operazioni di controllo e supervisione e di intervento sulle macchine soprattutto per la manutenzione.

2] la necessità di gestire in modo dinamico e tempestivo le eventuali assenze causate da motivi di salute o rischio di contagio ha determinato l’importanza fondamentale di dotarsi di sistemi di workforce management fortemente integrati con sistemi informativi di produzione, al fine di gestire al meglio i turni di lavoro, scheduling delle attività produttive e condizioni di salute e sicurezza sul lavoro.

3] la nuova enfasi sulla salute e sicurezza sul lavoro ha evidenziato le opportunità derivanti dalle tecnologie 4.0 per la gestione efficiente ed efficace di questi aspetti e il loro supporto alle pratiche di gestione digitalizzata esistenti.

4] le sfide di riconfigurazione di nuovi modelli di business, dei layout degli impianti e delle postazioni di lavoro, degli orari e dei turni sono state colte in modo più tempestivo da parte delle aziende che non solo avevano investito in modo più significativo in tecnologie 4.0 ma che le avevano anche integrate nei processi con approcci partecipativi dell’innovazione e al cambiamento, ponendo al centro l’utente e la persona. In questo contesto un approccio proattivo e collaborativo delle associazioni di categoria degli agricoltori, assieme agli operatori della supply chain può rappresentare un fattore fondamentale di successo nela riconversione dei sistemi alla “next economy”. L’economia new normal.

Sostenibilità

Dal Green New Deal al new normal: ri-mettere al centro la sostenibilità in modo cooperativo. Era il 14 gennaio 2020 quando Ursula von der Leyen iniziava a far percorrere all’Europa la strada del Green New Deal. Un ingente ed ambizioso piano di investimenti orientato a mettere al centro dell’agenda europea la trasformazione delle economie degli Stati membri nella direzione della sostenibilità, con l’obiettivo di raggiungere l’impatto climatico zero entro il 2050. Una vera e propria rivoluzione ambientale, economica e sociale che avrebbe toccato tutta l’Europa facendo della sostenibilità non un vincolo da rispettare, ma un vero e proprio volano di sviluppo.

Dal Green New Deal al new normal

Poi è arrivata l’infodemia, 5 mesi fa, non un’epoca lontana. Qualcuno, all’inizio della crisi, condivideva l’hashtag #andratuttobene: altri, bollati come pessimisti, evidenziano come le possibilità che tutto potesse andar bene erano scarse. Oggi, con decine di migliaia di morti e un’economia al collasso, la voglia di cantare dai balconi è passata, e con essa l’idea che il coronavirus avrebbe rappresentato un incidente di percorso da lasciarsi rapidamente alle spalle. Ed ecco che il pensiero e la prospettiva del Green New Deal sono stati sostituiti dalle ansie per la ripartenza, e dal sospetto sempre più fondato che nulla sarà più come prima e che il coronavirus non abbia portato con sè “solo” decine di migliaia di morti, ma anche la necessità di ripensare profondamente molte delle dinamiche della nostra società.

Il Green New Deal non rappresenta una prospettiva da accantonare, anzi oggi, dal nostro punto di vista di innovatori olonici, dovrebbe far parte di ogni azione politica ed economica a lungo raggio. Oggi abbiamo l’opportunità di adottare questa visione in ogni attività, dalle scelte in politica sino a quelle di ogni singolo cittadino responsabile, delle istituzioni e delle aziende che fanno parte di un unico ecosistema dove poter ripensare la nostra società dando il giusto significato a quel concetto di “new normal” che ha cominciato a farsi strada nel dibattito pubblico è attualmente si trova nella delicata fase in cui può ridursi all’ennesimo termine da prosciugare di significato nei confini di un dibattito da salotto oppure diventare una reale prospettiva di ripartenza.

Non dobbiamo tornare alla normalità, ma costruirne una nuova attraverso un uso consapevole dei dati

Qualcuno pensa al “new normal” come un progressivo ritorno alla normalità. Ma al di là del fatto che la condizione economica mondiale, nei suoi effetti su processi che si consideravano consolidati, non lo permetterebbe, tornare di nuovo alla normalità sarebbe davvero un’occasione persa rispetto alla possibilità di sviluppare, in questa fase di ripartenza, una nuova normalità. Una nuova normalità che parta dalla consapevolezza che cambiare abitudini e comportamenti si può, e se lo abbiamo fatto in una condizione straordinaria per un evento imprevisto lo possiamo e lo dobbiamo fare per una situazione certamente non meno grave del Coronavirus, come quella dell’inquinamento e del cambiamento climatico. Condizione non meno grave, ma che – non presentando caratteri di emergenza percepiti come tali (i morti a causa dell’inquinamento – o degli agenti chimici contenuti in molti alimenti con effetti nocivi sul corpo umano – sono più silenziosi dei morti per il coronavirus) – non ha generato un cambiamento così significativo nei comportamenti delle persone e nelle strategie globali. Abbiamo la necessità di gestire e valutare in modo consapevole la mole di dati che condividiamo grazie al web 3.0

La sostenibilità molto forte non è sostenibile

Alla fiera dell’ovvio non sono mancati, in questi mesi, quanti hanno fatto notare come il blocco totale delle città, delle industrie, della produzione abbia generato effetti positivi sull’ambiente. E non è mancato chi ha approfittato del trionfo di La Palice per stigmatizzare il fatto che l’uomo abbia un impatto su clima ed ecosistema. In questi mesi abbiamo assistito al trionfo della banalità derivante dagli effetti più distorsivi di quella sostenibilità definita eco-centrica che già negli anni ’90 Robert Costanza definiva “molto forte” e che non ha prodotto effetti positivi nell’affrontare il tema della sostenibilità, creando un’opposizione insuperabile tra progresso e benessere.

La nuova normalità che andremo a ricostruire, quindi, può e deve partire da questo. Può e deve partire da una rinnovata concezione del ruolo dell’essere umano nell’ecosistema e da 3 elementi di consapevolezza che dolenti o nolenti ci ha portato il coronavirus.

Primo elemento: cambiare si può. Anzi si deve

Si può fare. Siamo nelle condizioni di cambiare i nostri comportamenti, e se possiamo farlo in un’ottica emergenziale con grandi disagi, lo possiamo fare anche – e per di più con minori disagi – su tempi più lunghi e con impatti strutturali e sistematici. Questo vuol dire, ad esempio, che perseguire politiche energetiche orientate alla decarbonizzazione, non può prescindere da un’analisi dell’impatto sociale ed economico che avranno tali politiche sulla società. È questa la forza del Green New Deal della Von Der Leyen: disegnare la nuova normalità vorrà dire comprendere come mettere le strategie zero carbon ed economia circolare al centro dell’ecosistema garantendo nel contempo il benessere e lo sviluppo economico e sociale. Certo, dobbiamo volerlo, e per volerlo dobbiamo percepirne l’importanza e condividere alcuni aspetti di questo nuovo approccio.

Secondo elemento: il cambiamento deve essere sostenibile

Può sembrare un gioco di parole, ma il cambiamento nella direzione della sostenibilità deve essere a sua volta sostenibile. Oppure, sciogliendo il gioco di parole, la sostenibilità ambientale non può essere perseguita se non si garantiscono sostenibilità economica e sociale. È evidente che bloccare economia e società riduca gli impatti dell’inquinamento. Ma se per ridurre l’inquinamento si puntasse a precludere l’umanità, blindando in casa ed annichilendo la produzione, a ridursi non sarebbe solo l’inquinamento. Chiaramente quella che stiamo vivendo è una situazione estrema, ma evidenzia bene – come tutte le condizioni limite – gli effetti delle azioni e le loro conseguenze. Nel cambiamento dei comportamenti che sarà richiesto alle persone e degli imprenditori nella nuova normalità sarà fondamentale da una parte promuovere comportamenti sostenibili, dall’altra rendere il cambiamento accettabile e desiderabile. Diversamente c’è il rischio concreto che non sarà agito.

Terzo elemento: la sostenibilità digitale

Questi mesi hanno dimostrato il ruolo centrale del digitale nella quotidianità di milioni di persone. In tal senso il Coronavirus è stato un fortissimo catalizzatore nella penetrazione della tecnologia nella vita delle persone. Tuttavia, se il virus ci ha messo alla guida di un’automobile molto potente, non ci ha certo insegnato a guidarla. La confusione tra lavoro remoto e smartworking o quella tra teledidattica ed e-learning lo dimostrano. Fare della tecnologia una leva di cambiamento e uno strumento di crescita sostenibile, ossia agire nella direzione della sostenibilità digitale, diventa un elemento imprescindibile nel cammino verso quella nuova normalità che dovrebbe andare nella direzione del Green New Deal. Ma per farlo non basta che milioni di persone abbiano per la prima volta avuto accesso agli strumenti tecnologici: serve che quei milioni di nuovi utenti abbiano consapevolezza dei punti di forza e di debolezza di strumenti che, in ogni caso, cambieranno le loro vite e quella della “new economy”.

Nell’Agenda 2030 sono 17 gli obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS/SDGs, Sustainable Development Goals) e noi siamo forti sostenitori in particolare dell’obiettivo n° 9: “costruire infrastrutture resistenti, promuovere l’industrializzazione inclusiva e sostenibile e promuovere l’innovazione”

Maggiore efficienza delle risorse da utilizzare e una maggiore adozione di tecnologie pulite e rispettose dell’ambiente e processi industriali necessari per rendere le infrastrutture e le industrie sostenibili entro il 2030. L’Obiettivo 9 mira a sostenere lo sviluppo della tecnologia, la ricerca e l’innovazione fornire a piccole industrie e aziende un maggiore accesso ai servizi finanziari e di credito a prezzi accessibili, e aumentare l’integrazione di queste aziende nei mercati. Mira anche a sostenere l’accesso universale e accessibile a internet. La startup INNOVABILITA si presenta come un modello innovativo di processi esponenziali resiliente e che include soluzioni finanziarie fintech.

In Italia l’ecosistema finanziario delle startup è in continua evoluzione grazie al digitale che favorisce la nascita di servizi innovativi e fa emergere nuove relazioni tra nuove imprese e istituti bancari. Tecnologie come la blockchain e i roboadvisor – per esempio – stanno realmente “trasformando digitalmente “ il modo in cui banche e assicurazioni rispondono alle esigenze delle imprese, puntando sempre più a un rapporto di coopetition con le fintech grazie anche alle API aperte delle piattaforme online. E anche INNOVABILITA svilupperà servizi e prodotti e processi che andranno a favorire la trasformazione digitale dei servizi finanziari per le nuove imprese oloniche.

Verso un “nuovo” Green New Deal

Pochi programmi di sviluppo sono stati sfortunati come il Green New Deal di Ursula Von Der Leyen, reso obsoleto da uno sciagurato cigno nero e superato da una crisi che richiederà di ripensare interi modelli economici, oltre che la cura della salute di milioni di persone. Noi riteniamo che il Green New Deal trova in questa sciagura la sua più grande opportunità. Perché da nessuna parte è scritto che la nuova normalità che costruiremo dopo il coronavirus debba essere peggiore della precedente.

Oggi dobbiamo ripensare la nostra normalità in un contesto in cui non possiamo escludere altri cigni neri e nel quale – anzi – la sfida è quella di disegnare una società che faccia della resilienza un reale principio di sviluppo e non uno slogan che, nel caso del Coronavirus, si è dimostrato ancora lontano dall’avere una reale dimensione di concretezza. Ma nulla toglie che, anche grazie alla lezione del coronavirus, non si comprenda davvero la necessità di costruire una normalità migliore di quella che abbiamo già inesorabilmente perso. Una normalità che sia resiliente e sostenibile, e che veda nella tecnologia uno strumento di sviluppo in grado di accompagnarci nel perseguimento degli obiettivi di un’Agenda 2030 che – seppure perfettibile – è e resta un riferimento importante al quale puntare ed uno strumento decisivo al quale riferirsi nella definizione di quelle scelte che si renderanno necessarie per la costruzione di un nuovo Green New Deal. Noi abbiamo deciso di puntare sull’applicazione di modelli di innovazione aperta nel settore agrifood per tornare a dar valore ai frutti della nostra terra.

Modelli di riferimento: l’esempio della blockchain pubblica della Regione Lombardia

Il primo esempio in Italia in cui la Pubblica Amministrazione introduce il protocollo blockchain per un uso pubblico per tracciare i prodotti provenienti dalla Regione Lombardia. Per esempio per un litro di latte si attraverso la scansione di un Qrcode con una APP scaricata sul proprio smartphone si potranno conoscere gli esiti dei sopralluoghi degli ispettori sanitari regionali presso gli allevamenti (uso di farmaci, sanità dei capi, igiene delle strutture, etc.) e presso gli impianti di trasformazione. Senza contare i controlli di società terze per quanto riguarda ad esempio il benessere animale. La piattaforma blockchain sviluppata da Aria, la società in house di Regione Lombardia per la trasformazione digitale, aggrega questi dati a quelli provenienti dalle aziende stesse (il Consorzio e la Cooperativa). Riprendendo l’esempio del litro di latte si potrà dunque sapere qual è l’allevamento che lo ha prodotto, dove si trova, le caratteristiche della materia prima e tanto altro ancora. E’ un mercato in cui si sta facendo strada l’esigenza di avere prodotti sicuri e genuini, autentici. Per rispondere alle esigenze di co-produttori di un modello di economia circolare – i cosiddetti consumatori della grande distribuzione – e offrire un nuovo strumento di comunicazione alle aziende, Regione Lombardia ha deciso di lanciare una propria blockchain per la tracciabilità dei prodotti agroalimentari. Si è partiti lo scorso anno con la carne del Consorzio lombardo produttori carne bovina e con il latte della Latteria Sociale Valtellina. I consumatori che troveranno questi prodotti nei supermercati potranno risalire alla storia della confezione semplicemente scansionando il QRcode stampato sull’etichetta intelligente dalla quale si potranno visualizzare pagine informative che conterranno i dati oggi in pancia alla pubblica amministrazione e alle aziende coinvolte nella filiera del latte.

Blockchain a servizio dell’utente e degli agricoltori

E’ una strategia vincente perché valorizza i dati depositati su registri privati della Pubblica amministrazione e di aziende che fino a ieri erano inutilizzati. Le informazioni sono a disposizione dei consumatori e la tracciabilità pubblica aiuta a cementare la fiducia in un settore delicato come quello agroalimentare. Per le aziende agricole e i piccoli agricoltori è una leva di marketing da utilizzare nei confronti del consumatore e anche del venditore di prodotti agricoli concorrente che non è per così dire “al passo con l’evoluzione della tecnologie della fiducia: la blockchain.

L’aspetto della certificazione del dato è un elemento che caratterizza tutto l’impianto. Ci troviamo infatti in un momento di grande proliferazione di blockchain private in cui la singola azienda si dota di questo strumento inserendo in prima persona i dati all’interno della piattaforma. Dati che tuttavia nessuno ha certificato come veri, ma che si basano sulla buona fede dell’operatore. Nel caso della blockchain, per esempio, di Regione Lombardia invece i dati inseriti, resi immutabili dalla blockchain, sono genuini e certificati dalla stessa Pubblica amministrazione, oppure dalle aziende che ritirano e lavorano le materie prime. Carne e latte rappresentano solo l’inizio perché dalla Regione Lombardia si può prendere esempio ed estendere questa sperimentazione anche ad altre filiere. Ma non solo, è stata infatti lanciata una consultazione pubblica – modello di innovazione aperta – per tastare il polso del territorio riguardo alla tracciabilità agroalimentare tramite blockchain: un modello riproducibile e scalabile anche nella nostra Regione.

E tramite il portale di Open Innovation la Regione ha aperto la piattaforma a soggetti terzi interessati ad unirsi al programma. L’obiettivo è stato quello di attirare aziende del territorio intenzionate a valorizzare le proprie produzioni offrendo una piattaforma su cui sviluppare i propri progetti di tracciabilità blockchain. Questo modello per noi rappresenta un MVP unico in Italia dove l’innovazione di processo è mixata con l’innovazione tecnologica e la nostra proposta di innovazione aperta punta a dimostrare il valore di questi modelli funzionanti se applicati all’interno di un ecosistema olonico. In un contesto di mercato difficile, in cui ai produttori sono riconosciuti margini sempre più ristretti, avere la possibilità di offrire un valore aggiunto al consumatore rappresenta un vantaggio competitivo nei confronti della concorrenza che produce con altri standard e che arriva sul mercato italiano puntando sulla notarizzazione su blockchain dei dati relativi ai prodotti agroalimentari come dimostrazione dell’autenticità delle informazioni digitalizzate che provengono dalla smart supply chain 4.0.

Il PoC sulla tracciabilità su blockchain dei grani antichi della Val Marecchia: un modello sostenibile

I programmi ambiziosi come quello di creare una multipiattaforma blockchain in grado di notarizzare i dati relativi al vero lavoro degli agricoltori non possono definirsi e concludersi senza la prova che le risorse utilizzate funzioneranno correttamente e porteranno a un ritorno. Il modo in cui si dimostra che un progetto basato sulla sperimentazione di innovazione aperta ha le potenzialità per essere portato a termine viene chiamato Proof of Concept (POC): un investimento non sarà finanziato se non può offrire un ritorno, ma può essere condiviso il valore se sperimentato in un’ottica di innovazione aperta.

Una prova di concetto (POC) è un primo esercizio, una realizzazione di bozza progettuale per tracciare un programma più complesso, testare l’idea di programma al fine di dimostrarne la fattibilità, coadiuvata in seguito da diversi strumenti come il prototipo, il pilot o l’MVP (Minimum Viable Product).

La proposta di notarizzare i processi di lavorazione e dei dati della piccola distribuzione organizzata della filiera dei Grani Antichi della Valmarecchia nasce dalla esigenza di salvaguardare questa eccellenza attraverso un’idea innovativa di sostenibilità e valorizzazione delle biodiversità di grani tradizionali attraverso la tecnologia 4.0 e la blockchain.

Il crowdfunding permetterà alla startup di auto-incubarsi per la gestione della campagna online e per la realizzazione del prototipo come MVP del programma definitivo [BISPTOK.IO]: soluzione supportata della rete di Coldiretti – Rimini e di altri partner strategici come Slow Food Emilia-Romagna, Regione Emilia-Romagna Settore Agricoltura e altri enti coinvolti nell’ecosistema regionale nella creazione del primo programma di AGRITECH INNOVAZIONE APERTA della Regione Emilia-Romagna.

BENE. CI SONO SVILUPPI INTERESSANTI SULLE SPERIMENTAZIONI DELLA TECNOLOGIA DLT IN ITALIA: UNA VOLTA COSTITUITI POTREMO SPERIMENTARE ANCHE NOI

CONTINUA, PER SCOPRIRE LE FONTI DI FINANZIAMENTO