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INNOVABILITA presenta INNOVAROMAGNA [innovazioni pratiche di vertical green farm]

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Le città dell’Emilia Romagna sono fra le più attive in Italia in materia di sviluppo urbano sostenibile e integrato. Molte di queste sono in prima fila all’interno di programmi cofinanziati dall’Unione Europea e altrettante stanno sviluppando esperienze innovative e destinate ad essere replicate a livello nazionale ed europeo. Le reti tematiche create da Urbact in tutta Europa sugli obiettivi tematici della Politica di Coesione vedono un alto numero di città della regione coinvolte; queste sono molto attive e dedicano grande attenzione alle sfide poste dai contesti urbani, dalla rigenerazione urbana, alle politiche giovanili fino allo sfruttamento consapevole e sostenibile degli spazi urbani abbandonati e in degrado. La partecipazione a network di Urbact non costituisce tuttavia l’unico elemento di attivismo presente sul territorio: sono tante le realtà composte da amministrazioni locali e cittadini che si sono attivati per rispondere alle sfide e alle crisi delle città, dando risposte innovative e immediatamente replicabili.In occasione del Tavolo regionale Urbact dell’Emilia Romagna, che avrà luogo presso la sede della Regione il 1 marzo, presentiamo otto esperienze significative di sviluppo urbano innovativo, che stanno rendendo la regione una delle punte sperimentali più avanzate del paese su temi come la rigenerazione urbana, la valorizzazione dei beni comuni, l’attenzione all’ambiente e alle generazioni future. Bologna è stato il primo comune italiano ad adottare un Regolamento sui Beni Comuni (redatto dal Comune di Bologna in collaborazione con Labsus- Laboratorio per la Sussidiarietà), uno strumento innovativo e di successo, tanto da essere stato replicato in moltissimi comuni della Penisola. Approvato nel 2014, ha innovato radicalmente l’approccio ai beni comuni; ha infatti dato lo spunto per la creazione di patti di collaborazione fra amministrazione e cittadini per valorizzarli e curarli. L’idea di fondo è che i cittadini vogliano prendersi cura dei luoghi che abitano e le amministrazioni debbano riconoscere e favorire questa pretesa garantita dalla Costituzione col principio di Sussidiarietà contenuto nell’art. 118. Sempre a Bologna tra le tantissime esperienze ad alto impatto innovativo ne citiamo tre: l’Opificio Golinelli, Dynamo – la Velostazione di Bologna e Case Zanardi. L’Opificio Golinelli, uno spazio della Fondazione Golinelli, è una cittadella della conoscenza ricavata dalla riqualificazione di un ex stabilimento industriale nella periferia di Bologna. In questa struttura di 9mila metri quadri la Fondazione si occupa di educazione, formazione e ricerca; l’alto tasso di innovatività è la caratteristica saliente di queste attività, insieme all’approccio partecipato e di coesione. Dynamo – la Velostazione di Bologna è un’idea dell’Associazione Salvaiciclisti – Bologna, selezionata nel 2014 dal progetto Incredibol!.

Questo spazio non rappresenta soltanto un parcheggio sicuro per i ciclisti che si muovono nella zona della stazione, ma molto di più; è un hub dedicato al mondo del trasporto sulle due ruote (dalla riparazione al noleggio) e un polo culturale partecipato che ospita manifestazioni culturali di grande interesse. Il progetto Case Zanardi è una rete cittadina di welfare, attiva nel campo dell’inclusione sociale e lavorativa. Fornisce strumenti a chi è in cerca di lavoro, aiuta i giovani che necessitano di un percorso formativo professionale e distribuisce beni di prima necessità a chi ne ha bisogno. Solo nel 2016 ha aiutato 112 famiglie in difficoltà. Il contrasto allo spreco dei beni, la valorizzazione delle risorse umane e materiali della città, il diritto al lavoro sono gli elementi fondanti del progetto, che ha avviato sul territorio numerose iniziative, tra cui laboratori di riuso, orti urbani, percorsi di formazione, tirocini e punti di raccolta e smistamento di generi alimentari. A Reggio Emilia, a seguito di un percorso di coinvolgimento che già era stato avviato negli anni (tra attività connesse alle politiche urbane e di mappatura), è nato il Collaboratorio Reggio. Il Collaboratorio è un cammino di progettazione partecipativa promosso dal Comune e dall’Università di Modena e Reggio Emilia con il supporto tecnico di LabGov – Laboratorio per la Governance dei Beni comuni (che nella regione ha avviato il progetto Co-Bologna e una serie di cantieri sperimentali oltre a questo) e Kilowatt. Le attività di scambio e confronto di idee si svolgeranno in un Laboratorio Aperto che nascerà nei Chiostri di San Pietro. Innovazione sociale, economia collaborativa e valorizzazione dei beni comuni sono i tre pilastri del Collaboratorio e del futuro Laboratorio Aperto. Sempre a Reggio Emilia è nato anni fa il progetto “A Reggio Emilia andiamo a scuola in BiciBus e PediBus”. L’iniziativa punta a promuovere un modello di mobilità alternativo e sostenibile. Con BiciBus e PediBus i gruppi di scolari della città sono i “passeggeri” di un autobus umano (in cui gli adulti fanno da “autisti” e controllori), che li porta a scuola e li riporta a casa. I temi dell’educazione stradale e della salvaguardia dell’ambiente e dell’aria rivestono un ruolo centrale nel progetto. “No Neet Work in Progress” è invece un’iniziativa di innovazione sociale del Comune di Piacenza rivolta ai giovani dai 18 ai 35 anni che non lavorano e non studiano. L’obiettivo del progetto è la creazione di una rete di giovani coinvolti in percorsi di orientamento al lavoro e attivazione di spazi creativi e di co-working. Il progetto è stato tra i vincitori del bando nazionale promosso da Anci “ComuneMente Giovane”. Il progetto “Là dove c’era l’erba” – I giovani di Rimini per la biodiversità è nato a Rimini e nel 2014 è stato tra i vincitori del Bando “ComuneMente Giovane” dell’Anci. L’iniziativa rappresenta un percorso innovativo di co-progettazione che, attraverso diverse attività sperimentali, si propone di ripensare e riqualificare gli spazi urbani in una logica green. L’idea di fondo che muove gli attivisti è la consapevolezza che gli spazi verdi non edificati possono giocare un ruolo fondamentale nello sviluppo del benessere sociale ed economico.

Le radici della città

Ripensare la produzione agroalimentare nelle piccole e medie città europee è l’obiettivo della rete di pianificazione dell’azione europea: AGRI-URBAN. La produzione agroalimentare è un’industria matura che continua a svolgere un ruolo importante in termini di PIL, occupazione e sostenibilità ambientale. Ecco perché i nuovi potenziali di crescita devono essere attivati ​mediante innovazione, nuovi modelli e strategie di business. La visione di questo network è di mettere le città al centro di un crescente movimento globale che riconosce l’attuale complessità dei sistemi alimentari e i collegamenti tra le città rurali e le città vicine come un modo per garantire lo sviluppo regionale.

Contatti con il la città italiana coinvolta nel programma europeo.

Staff Segretario Generale – Settore Coordinamento, Controlli e Progetti Strategici

Servizio Pianificazione Strategica, Progetti Integrati Comunali, Nazionali ed Europei

Piazza del Popolo 10 – Cesena 47521 – tel: +39 0547 356392

giovannini_e@comune.cesena.fc.it

http://urbact.eu/agri-urban

http://www.comune.cesena.fc.it/progettieuropei/agriurban

La proposta di INNOVABILITA è un modello di innovaizone aperta applicata per la co-creazione di un polo tecnologico specifico in Romagna per lo sviluppo sostenibile [Agenda 2030] per la diffusione di una cultura della Responsabilita Sociale d’Impresa tra una rete di giovani impegnati attivamente in percorsi di auto-orientamento al lavoro grazie all’attivazione di spazi creativi green e di co-working sostenibili: la città ideale per accogliere questo centro potrebbe essere Rimini e dovrebbe nascere come un programam di rigenerazione urbana di un edificio abbandonato. Non vogliamo creare nulla di nuovo ma applicare ciò che funziona in altri contesti italiani.

Agricoltura nei capannoni dismessi con la “vertical farm”: nasce il Progetto Ri-Genera

Le nuove frontiere dell’agricoltura, sostenibile e innovativa, raggiungono le aree urbane e regalano una nuova vita a spazi dismessi e uffici o negozi ormai in disuso e difficilmente recuperabili. In queste aree che l’industria ha abbandonato, in questi “vuoti” non più utili per le attività produttive, grazie alle innovazioni tecnologiche, alla ricerca e alla versatilità del settore primario, sarà possibile coltivare prodotti agricoli in condizioni ottimali, senza l’uso di pesticidi e con un consumo energetico ridotto.

Coltivazioni idroponiche, a ridotto consumo d’acqua, in ambiente “indoor” permettono di riutilizzare spazi dismessi per attività produttive ad alto tasso di innovazione e a basso impatto ambientale: è la nuova frontiera della “vertical farm”, l’agricoltura che si sviluppa in spazi chiusi e ristretti, anziché nei tradizionali terreni per la coltivazione “in orizzontale”, e che permette di ottenere ortaggi, fiori, frutta e prodotti “nutraceutici“ in un ambiente con condizioni “climatiche” controllate, grazie all’automazione delle fonti energetiche, quasi azzerando l’uso di agrofarmaci e altri prodotti per il controllo dei parassiti. I vecchi capannoni dismessi diventano così orti e giardini del futuro, ideali per una produzione agricola all’insegna del risparmio energetico e dell’attenzione all’ambiente. Il tutto grazie alla ricerca tecnologica condotta dall’Enea e dal mondo universitario e all’apporto di innovazione di alcune aziende.

Progetto Ri-Genera

Il “Progetto Ri-Genera” è un modello di innovaizone aperta attivata tra la Camera di Commercio, della Provincia e del Comune di Padova, attraverso la firma del protocollo d’intesa per la realizzazione e lo sviluppo di produzioni idroponiche in spazi dismessi tra ENEA, Coldiretti Padova, Parco Scientifico e Tecnologico Galileo, Idromeccanica Lucchini, Gentilinidue e Advance Srl (gruppo di spin-off dell’Università di Padova): un modello sostenibile, riproducibile e scalabile anche in Romagna. L’obiettivo di un progetto innovativo come Ri-Genera è accelerare l’industrializzazione dei processi di vertical farming in Italia, favorire il recupero e la riqualificazione di spazi dismessi e promuovere lo sviluppo di attività produttive sostenibili, di qualità e ad alto valore nutraceutico. La presenza di un polo universitario di eccellenza nella ricerca agronomica e ingegneristica, di una consolidata tradizione agricola e industriale e di un sistema imprenditoriale dinamico e aperto all’innovazione rende il territorio della regione Veneto particolarmente adatto per l’avvio di attività sperimentali propedeutiche alla realizzazione del progetto, che potrà essere eventualmente replicato, in caso di esito positivo, a livello nazionale e internazionale».

L’iniziativa sostenibile

La produzione di cibo rappresenta una delle maggiori sfide del prossimo futuro a causa dell’incremento della popolazione mondiale, della limitata disponibilità di terreno coltivabile e dei crescenti cambiamenti climatici. A questo proposito è necessario ridurre l’impatto ambientale delle produzioni agricole, massimizzando l’efficienza nell’uso delle risorse idriche e nutrizionali e minimizzando l’impiego di prodotti di sintesi per offrire al consumatore finale un prodotto sostenibile e sicuro. Coldiretti Rimini si è resa disponibile per aderire ad un programma strategico per sostenre nuove frontiere dell’agricoltura: le colture idroponiche, o “senza suolo” o “fuori suolo”, comprensive di tutte le tecniche di coltivazione “indoor” senza uso di terreno agrario, sono un settore in forte crescita in Italia e all’estero. Inoltre contribuiscono di affrontare l’impegnativo aspetto della riqualificazione di spazi pubblici e del tessuto urbano [centro storico – containers mobili] come risposta pratica all’emergenza economica e sociale in tutte le regioni d’Italia, in particolare in quelle del Centro-Nord, ma al tempo stesso una grande opportunità per il rinnovamento e il rilancio dei sistemi produttivi locali. Queste “vertical green farm” sono realizzate con sistemi di coltivazione idroponica indoor ad alta tecnologia che consente di aumentare notevolmente la produzione, abbattere il consumo di risorse naturali, ridurre le distanze tra produttore e consumatore e minimizzare l’uso di fitofarmaci».

Le applicazioni pratiche

ENEA ha realizzato in collaborazione con la Idromeccanina Lucchini un modello di vertical farm mobile, denominato “BoxXland”, consistente in un impianto modulare high tech per la coltivazione in container di prodotti orticoli in verticale e fuori suolo a ciclo chiuso, senza l’uso di insetticidi, in ambienti illuminati con luce a led e con un software che ne gestisce irrigazione e condizionamento dell’aria. Il primo prototipo di vertical farm realizzato per Expo 2015 è stato esposto in numerose fiere nazionali e internazionali del settore agroalimentare ed è attualmente commercializzato in Italia e all’estero. Sempre ENEA, in collaborazione con Gentilinidue e con i Dipartimenti di Agronomia, Animali, Alimenti, Risorse naturali e Ambiente (DAFNAE) e Ingegneria dell’Informazione (DEI) dell’Università degli Studi di Padova, ha presentato nel 2016, nell’ambito del programma Horizon 2020 SME instruments – phase 1 dell’Unione Europea, il progetto “Vertical Farm 4.0” (impatto zero, km zero, scarti zero, emissioni zero) per il recupero di edifici industriali dismessi mediante la creazione di vertical farm, che ha ottenuto il “Seal of Excellence” da parte della Commissione Europea.

“Arkeofarm”

Un altro sistema innovativo di vertical farming in edifici dismessi, ribattezzato “Arkeofarm”, porta la firma di ENEA e Lucchini e consiste in un impianto per coltivazioni orticole intensive con sviluppo multipiano verticale, che impiega tecniche idroponiche avanzate in un ambiente chiuso e climatizzato, con illuminazione artificiale integrale a led, e che, in funzione della superficie coltivata, può essere ad alta o altissima automazione con sistemi automatici o robotizzati per tutte le operazioni, dalla semina, alla raccolta, al confezionamento. Entrambi i tipi di vertical farm, sia quella in container sia quella in edifici, possono contribuire alla rigenerazione di beni mobili e immobili dismessi dando loro una nuova destinazione d’uso a fini produttivi, generando un importante indotto economico, stimolando la nascita di distretti agroalimentari avanzati anche nelle aree urbane e perurbane e creando preziose opportunità di diversificazione e di apertura di nuovi mercati.

Advance e INNOVABILITA

Affinché queste soluzioni possano avere una diffusione su vasta scala, occorre però superare gli ostacoli economici derivanti dagli alti costi di investimento e di gestione per l’elevato grado di automazione delle linee produttive e i rilevanti consumi di energia e dalla qualità percepita dei prodotti, non sempre in linea con le esigenze del mercato. INNOVABILITA in partnership con lo spin-off ADVANCE dell’Università di Padova possono mettere a disposizione le competenze necessarie per coordinare l’innovazione di processo e il modello di “open innovation” per selezionare i tipi di coltura, migliorare i processi produttivi e la qualità dei prodotti e per svolgere attività educative, di formazione professionale volte a migliorare la preparazione degli operatori e ad aumentare la consapevolezza dei produttori, dei consumatori e delle istituzioni sui benefici delle tecniche di coltivazione idroponica e di vertical farming. Insieme al Parco Scientifico Tecnologico Galileo Advance può ottimizzare i processi produttivi al fine di aumentarne la sostenibilità economica e ambientale, analizzare le caratteristiche e le dinamiche dei settori di riferimento, individuare le filiere e le coltivazioni con il più alto grado di stabilità e di redditività e mettere a punto le strategie di marketing e comunicazione più adatte per rafforzare la competitività delle vertical farm e la loro capacità di penetrazione dei mercati. Coldiretti Rimini potrebbe fornire il proprio contributo per individuare gli spazi da adibire a vertical farm, gli imprenditori interessati ad avviare le relative attività e le figure professionali necessarie per la loro conduzione e a promuovere, in collaborazione con i partner e con gli altri soggetti pubblici e privati interessati, la cultura dell’idroponico high tech presso i propri associati, presso le istituzioni e presso il pubblico.

AGENDA 2030 SVILUPPO SOSTENIBILE

Gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dovrebbero essere realizzati entro il 2030 a livello globale da tutti i Paesi membri dell’ONU. Ciò significa che ogni Paese del pianeta è chiamato a fornire il suo contributo per affrontare in comune queste grandi sfide. Inoltre, sono stati definiti come vincolanti incentivi volti ad incoraggiare interlocutori non governativi a partecipare in modo più attivo allo sviluppo sostenibile. L’acronimo ESG riassume le iniziali di Environmental, Social e Governance e si utilizza in ambito economico/finanziario per indicare le attività legate agli investimenti socialmente responsabili (SRI) che perseguono comunque obiettivi tipici della gestione finanziaria tenendo in considerazione aspetti di natura ambientale, sociale e di governance delle attività economiche. La motivazione di questa attenzione è anch’essa di matrice puramente economica, considerando che lo sviluppo dei volumi di attività è particolarmente rilevante negli ultimi trimestri e coinvolge il complessivo mondo del risparmio gestito, risultando anche un elemento di immagine positiva.

Un approccio completo che supera le visioni tipiche di qualche anno, fa quando la finanza tradizionale investiva in ambiti economici “etici”, oppure la finanza gestiva in modo etico i risultati ottenuti investendo in un’economia tradizionale. Queste note intendono proporre una rapida analisi del fenomeno, che sarà compiutamente approfondito nel corso del convegno del 16 ottobre a Milano.

Il contesto normativo della SRI costituisce un perimetro necessario per guidare molteplici poli decisionali verso soluzioni coordinate; nel quadro della Comunità Europea sono determinanti:

  • la Shareholders Directive II (SHRD II) nel contesto ESG;
  • il crowdfunding quale strumento complementare per favorire la raccolta di risorse idonee;
  • la regolamentazione per l’engagement delle società produttrici dei beni alternativi;
  • impatto di normative comunitarie e nazionali di più ampio respiro in campo ESG;
  • l’action plan della UE con orizzonte 2030.

Per quanto concerne invece i valori ESG: ambiente (E) società (S) e governance (G):

  • l’etica dell’economia e della finanza, comunque rivisitate dopo la crisi del 2007-08;
  • i megatrend socio-economici ed il loro impatto sulle scelte ESG;
  • la valutazione SRI-based ed i criteri per il calcolo dell’analisi costi-benefici;
  • la ESG evaluation nelle sue diverse impostazioni e letture;
  • la logica economica nell’era ESG; rischi minori nel lungo termine e volatilità minore nel breve

Un primo elemento di convergenza degli studi e delle applicazioni empiriche impone di inquadrare una riconosciuta definizione di SRI. Esaminiamo quindi i seguenti fattori più facilmente condivisibili:

  • lo sviluppo sostenibile è considerata una forma di sviluppo economico compatibile con la salvaguardia dell’ambiente e dei beni liberi e disponibili anche per le generazioni future
  • l’economia sostenibile è un ramo degli studi dell’Economia dello Sviluppo incentrata sul concetto di sviluppo sostenibile.
  • nelle scienze ambientali ed economiche, la sostenibilità ambientale è la condizione di uno sviluppo in grado di assicurare il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri.
  • vivere sostenibilmente è un impegno, perché richiede il compiere anche piccole azioni quotidiane con consapevolezza.

I principi sanciti dagli accordi internazionali:  united nations PRI e global committments UE

La crescita dell’attenzione è stata accompagnata da interventi istituzionali del massimo livello e cioè da parte delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea. Linee guida che hanno guidato le scelte a monte dei processi di investimento e di selezione di cui si tratterà nelle parti successive dello studio. Un punto di riferimento è rappresentato dai sei principi promossi dalle Nazioni Unite nel 2006, noti come PRI (Principles for Responsible Investments). Essi impegnano gli aderenti a incorporare le tematiche ESG:

  • nell’analisi e nei processi di investimento,
  • nelle proprie politiche e pratiche aziendali,
  • nel ricercare trasparenza su questi fattori nelle controparti,
  • nel promuovere la responsabilità sociale nell’industria,
  • nel cooperare su questo fronte,
  • nel documentare e diffondere le attività e i progressi.

Altrettanto rilievo assume in tempi successivi l’adozione nel 2018 dell’Action Plan della UE, certamente ristretto a 28 paesi, comunque successivo all’Accordo di Parigi e coerente con i PRI dell’ONU.

A tal fine, il Plan individua a promuove l’edilizia sostenibile (green house), l’emissione di gas e il contenimento dell’inquinamento, minimizza la produzione di rifiuti e incrementa l’efficienza nell’utilizzo delle risorse naturali.

Sotto un profilo più sociale, il Plan ricomprende la crescita della sensibilità e della trasparenza in merito al rischio che tali attenzioni possano riflettersi positivamente con conseguenze sulla sostenibilità del sistema finanziario, un “proclama” che, di fatto, appare per la prima volta in documento di questa portata e complessità.

I dieci principi prioritari alla base dell’Action Plan nella sua versione attuale sono:

  • istituire un sistema unificato a livello UE di classificazione delle attività sostenibili
  • creare norme e marchi per prodotti finanziari sostenibili
  • promuovere investimenti in progetti sostenibili
  • integrare la sostenibilità nella consulenza finanziaria in coordinamento la MiFID II
  • elaborare indici di riferimento in materia di sostenibilità
  • integrare al meglio la sostenibilità nei rating e nella ricerca di mercato
  • chiarire gli obblighi degli investitori istituzionali e dei gestori di attività in coordinamento con le direttive UCITS
  • integrare la sostenibilità nei requisiti prudenziali di banche e imprese di assicurazione in coordinamento con le direttive CRD V / CRR 2 e SOLVENCY II
  • rafforzare la comunicazione in materia di sostenibilità e regolamentazione contabile, in coordinamento con le direttive relative ai principi IAS-IFRS
  • promuovere una corporate governance sostenibile e attenuare la visione a breve termine nei mercati dei capitali in relazione alla adozione della citata SHRD II

Il complesso dei riferimenti normativi citati illustra con opportuna chiarezza l’ampiezza degli impegni assunti che trovano già riferimento nei testi attualmente in vigore delle direttive sopracitate chiarendo come possa impattare operativamente l’Action Plan su:

  • Mercati che possano svolgere una funzione di selezione naturale con flussi finanziari indirizzati laddove domanda e offerta si incontrano più facilmente;
  • Produttori con una POG (product oversight governance) che svolga, in accordo con MiFID II, un ruolo decisivo nella individuazione dei prodotti proposti al mercato attraverso la individuazione di target market positivi e soprattutto negativi;
  • Distributori con la loro funzione prevalente dedicata ad individuare modelli di selezione dei prodotti (best in class) che vengano proposti (e soprattutto non proposti) al mercato attraverso i canali di distribuzione principali;
  • Clienti che possano ricercare ed ottenere servizi di consulenza di base o evoluta (non solo fee only) proponendo a loro volta obiettivi di investimento e selezione dei rischi considerati congrui con le proprie caratteristiche.

Questi obiettivi possono essere concretamente realizzati attraverso emendamenti agli attuali atti delegati nel contesto della Direttiva UCITS 2009/65/EC, la Solvency II Directive 2009/138/EC, la AIFM Directive 2011/61/EU, la MiFID II Directive 2014/65/EU e la IDD Directive 2016/97, oppure adottando nuovi atti delegati a modifica delle stesse Direttive. In questo contesto, sono state formalmente attivate EIOPA ed ESMA per I loro rispettivi campi di competenza, attraverso un coinvolgimento da parte del Directorate-General for Financial Stability, Financial Services and Capital Markets Union.

Nell’aprile 2019 – sempre quale ultimo atto della Legislatura – il Parlamento Europeo, ha fornito il proprio endorsement all’intera struttura normativa (il building blocks della capital markets union), includendo la regolamentazione sulla disclosures relativa agli investimenti sostenibili e al rischio sostenibile.

Strumenti finanziari ESG/SRI

I profili di economia ambientale finora delineati hanno approfondito i criteri per valutare gli emittenti al fine di indirizzarne i flussi di investimento. Per completezza dell’analisi è peraltro necessario introdurre anche i due principali strumenti finanziari specificatamente dedicati nella loro struttura tecnica al contesto ESG: i Social Impact Bond e le Green Bond. I SIB sono strumenti finanziari che non rappresentano vere e proprie obbligazioni, bensì strumenti di finanziamento il cui risultato o rendimento atteso è legato al conseguimento di un predeterminato risultato (IMPATTO) con caratteristiche sociali e non solo economiche. Vengono comunemente definiti «pay for results» oppure «pay for success», possono assumere anche le caratteristiche di un contratto finalizzato al conseguimento di obiettivi di beneficio sociale.

Si correlano pertanto ai principi dell’economia pubblica basata sulla analisi costi-benefici attraverso criteri di valutazione che rispondono a finalità il cui risultato non si limita al ritorno diretto dell’investimento specifico, ma che coinvolge stakeholders della più varia natura da coordinare secondo pianificazioni di lungo periodo.

I Green Bond costituiscono una definizione altrettanto a largo raggio che tende a costituire un complesso di fonti di finanziamento di credito la cui finalità è verso un greening financial system ed una diversa classificazione dei rischi. In realtà i GB si inseriscono in campo economico ben più vasto che ricomprende anche Green Jobs, cioè nuove professioni destinate a creare competitività, innovazione e finanza per una crescita economica sostenibile; alcune competenze hanno conseguito già livelli di specializzazione elevati che reclamano professionalità ormai ricercate, soprattutto laddove comparti economici o specifiche iniziative si avvicinano per la prima volta ai contenuti SRI.

La denominazione “strumenti finanziari” significa peraltro, come è noto, che tali prodotti rientrano nell’alveo di quelli ricompresi nella direttiva MiFID II e – nel contesto italiano – nell’articolo 1, comma 2, lettere da a) a j) del TUF, assumendo i connotati di prodotti dotati di passaporto europeo e, quindi, a libera circolazione nel mercato comunitario.

Alcuni aspetti potenzialmente critici, cioè da risolvere necessariamente per consolidarne il successo sul mercato, senza generare rischi o preoccupazioni, si ricollegano a:

  • Il rischio green washing cioè di emissioni che utilizzino l’etichetta senza riprodurne finalità e connotati
  • Il rischio di liquidità connesso con le debolezze strutturali del mercato finanziario italiano per le piccole e medie imprese
  • Il comportamento e la classificazione nel mercato italiano dei titoli già quotati, ESG compliant.

La governance principi di compatibilità, sostenibilità e trasparenza

La corporate governance responsibility coordina una serie di soluzioni e scelte che indirizzano la gestione delle imprese verso l’economia sociale dei sistemi di rappresentanza societaria, in armonia con gli interessi dei molteplici stakeholder che gravitino attorno agli attori economici.

I principi rappresentano l’evoluzione progressiva della CSR (Corporate Social Responsibility), o RSI (Responsabilità Sociale delle Imprese). Con questa locuzione, s’intende l’impegno dell’impresa a comportarsi in modo etico e corretto, andando oltre il semplice rispetto della legge, e arricchendo le scelte di gestione con considerazioni etiche, sociali e ambientali. Di fatto, nel tempo, soluzioni originate in tali ambiti si sono tradotte nel tempo in vere e proprie normative vincolanti.

La CSR si articola in due dimensioni:

  • interna: ricomprende la gestione delle risorse umane, la salute e la sicurezza sul lavoro, l’organizzazione aziendale, la gestione delle risorse naturali e degli effetti sull’ambiente;
  • esterna: riguarda le comunità locali, i partner economici, i fornitori, i clienti, i consumatori, il rispetto dei diritti umani lungo tutta la filiera produttiva, e le preoccupazioni ambientali a livello mondiale.

La CSR è legata al concetto di “durata (nel tempo) dell’impresa”, al suo rapporto con tutti i soggetti economici, e non, con i quali interagisce e che possono condizionare la sua sopravvivenza (stakeholders).
L’impresa potrà essere accreditata nella società civile dimostrando di essere un “buon cittadino”, ottenendo fiducia e venendo accettata come partner affidabile nelle relazioni commerciali.
Il vocabolario della corporate governance propone un insieme di elementi ormai oggetto di ampia letteratura e qui riportati in rigido ordine alfabetico “internazionale” e con una rapida descrizione del significato prevalente dei termini:

  • Accountability – affidabilità dei dati di bilancio ed extra-bilancio
  • Board – composizione quantitativa e qualitativa dei c.d.a.
  • Business values – valori intrinseci all’oggetto sociale
  • Committees . comitati dedicati e indipendenti all’interno del board
  • Ethics – etica del business e della sua gestione
  • Market – comportamento sul mercato
  • Mission – missione istituzionale
  • Mitigation – contenimento e controllo dei rischi
  • Regulatory – applicazione delle regole generali e proprie
  • Roles – individuazione e gestione delle posizioni aziendali
  • Staff – comportamenti degli organi apicali e manageriali
  • Shareholders – gestione di tutti gli azionisti coinvolti e coinvolgibili
  • Stakeholders – gestione di tutti gli interlocutori dell’impresa
  • Team – gestione della squadra dei collaboratori aziendali
  • Vision – visione nel tempo della ragione di esistere dell’impresa

Engagement e principi SRI – ESG compliant

Non esiste una definizione ufficiale del termine engagement, termine peraltro comunemente utilizzato e caratterizzante un comportamento fortemente attivo dei soggetti che intervengono nel contesto di investimenti SRI con logiche ESG:una combinazione di impegno e dedizione verso un’organizzazione e i suoi valori. Sempre in materia di engagement il termine può andare oltre i concetti di coinvolgimento e motivazione in ambito lavorativo. L’engagement è qualcosa che il dipendente di un’organizzazione può offrire, se opportunamente stimolato, senza che venga richiesto come parte integrante del contratto di lavoro. I dipendenti opportunamente “ingaggiati” possono migliorare i fattori chiave di rendimento quali produttività, frequenza, attenzione nei confronti dei clienti, soddisfazione e fidelizzazione anche da parte dei colleghi. Su questa base, gli asset manager che muovono trilioni di $ ed € sono protagonisti sempre più fondamentali. Ovvio quindi che, anche sul piano dell’elaborazione delle politiche di investimento in questo campo, i contributi stiano aumentando in maniera costante. Le case di investimento internazionali intervengono su una questione fondamentale legata alla tematica ESG: l’engagement, cioè l’impegno costante a convincere i vertici delle aziende ad adottare in misura crescente politiche di sviluppo sostenibile, con l’intento “anche” di attrarre flussi di investimento gestiti da soggetti che adottano i principi ESG nelle proprie strategie.

E’ ancora tutto da provare, invece, l’assunto secondo il quale l’inserimento dei fattori ESG nella costruzione del portafoglio porterebbe a migliori rendimenti. Quello che è importante tenere a mente, per il momento, è che esistono differenti processi e competenze nella loro esecuzione, che influiscono sul risultato finale.

Stesso elemento è replicabile in materia di costi; non è più riscontrabile da tempo che le soluzioni SRI comportino costi superiori per i clienti; i fondi SRI proposti più recentemente hanno TER molto bassi, addirittura in alcuni casi inferiori alla media dei prodotti tradizionali e ciò determina un risultato effettivo in capo al risparmiatore/investitore/cliente valutabile come superiore. Altrettanto può derivare dall’applicazione dei principi imposti dalla MiFID II in termini di trasparenza, scomposizione e modalità di comunicazione dei costi; un ulteriore elemento che viene ormai individuato come facente parte dei contenuti etici, di sostenibilità e di comportamento socialmente positivo.

I Fondi EUSEF

I fondi per l’imprenditoria sociale (EuSEF) sono OICR dedicati al segmento SRI/ESG che sono stati armonizzati a livello di Unione Europea attraverso il regolamento UE n. 346/2013. La Commissione europea ha constatato tuttavia negli anni che i fondi in questione sono risultati in numero limitato e sono concentrati in pochi Stati membri e che, mentre il tasso di utilizzo dei fondi EuVECA (regolati dallo stesso provvedimento) può essere considerato positivo, i risultati relativi all’EuSEF sono stati almeno inizialmente deludenti.

Sono stati identificati tre ostacoli principali alla loro crescita: le restrizioni imposte ai gestori, le norme relative ai prodotti e la (diversa) applicazione degli oneri regolamentari negli Stati membri per quanto riguarda la commercializzazione e la gestione dei fondi. Per rimuovere questi ostacoli la Commissione ha identificato alcune misure che, eliminando le restrizioni nei confronti dei grandi gestori dei fondi EuSEF, riducendo i costi legati ai fondi EuSEF e ampliando la gamma delle attività ammissibili.Si sono quindi verificate le condizioni, nel maggio 2017, per un aggiornamento del disegno normativo.

Le principali modifiche apportate alla proposta della Commissione sono le seguenti:

  • il capitale iniziale è fissato a 50 000€ sia per i fondi EuVECA che per i fondi EuSEF;
  • la soglia minima di investimento è mantenuta a 100 000€ per entrambi i tipi di fondi;
  • la percentuale di fondi propri minimi summenzionata è mantenuta, ma essa muta per i fondi in gestione superiori a 250mln€. I criteri di scelta degli investimenti e le strategie

Alla luce di quanto esposto è possibile individuare le strategie di investimento più comuni che hanno posto in attuazione le soluzioni ESG / SRI quali

  • Strategie di esclusione
  • Strategie tematiche
  • Strategie di best in class
  • Strategie di combinazione fra ritorno finanziario e impatto ESG
  • Strategie di combinazione fra ritorno finanziario e impatto sociale
  • Strategie basate su normative e convenzioni (norm based)
  • Strategie attive di engagement
  • Strategie attive avanzate di stewardship

E’ ormai possibile concettuale e doveroso sotto un profilo di autoregolamentazione o impostazione normativa un criterio per l’individuazione degli investimenti sostenibili.

Resta da classificare come misurare in modo uniforme l’impatto di questi investimenti e condividere le metriche in modo facile da capire anche per gli investitori. Mentre gli investimenti tradizionali si basano su metriche consolidate come rendimento, rischio e volatilità, misurare il vero “impatto” di un portafoglio o di un’azienda sostenibile può essere più impegnativo. I punteggi ESG hanno la stessa rilevanza dei rating di credito quando si tratta di attrarre investimenti soprattutto a fronte di una domanda che cresce sempre di più da parte dei Millennials e, quindi, gli investitori potenziali prevalenti del futuro.

I gestori si affidano a rating e punteggi attribuiti dalle tante società che misurano e danno i voti di sostenibilità alle aziende che vengono inserite nel portafoglio dei fondi. Tra queste le più utilizzate sono:

  • MSCI ESG Ratings;
  • Institutional Shareholder Services (ISS);
  • gli indici di VigeoEirisEuronext;
  • Morningstar Sustainability Rating,con il supporto di Sustainalytics.

Il mercato europeo al momento presenta le migliori valutazionie può essere l’occasione per investire in un fondo azionario rispettoso dei criteri ESG e che abbia uno stile di gestione misto tra value e growth. In merito ai criteri di valutazione adottati, il peso prevalente è assegnato all’analisi fondamentale rispetto a quella tecnica che, inglobando tutti i fattori, non seziona quelli oggetto di analisi SRI / ESG.

Alcune delle best practices rilevabili sono:

  • la certificazione di qualità UNI EN ISO 9001 – 2015 (per l’engagement o altre procedure)
  • adesione a ICCR, Interfaith Center on Corporate Responsibility, rappresentato da gruppi religiosi protestanti uniti per dialogare con banche e società
  • I’individuazione di liste di investimenti giudicati ESG compliant
  • l’utilizzo di agenzie di rating (VigeoEiris specializzata oppure MSCI, Bloomberg, ThomsonReuters)

Alcune riflessioni finali sulla valutazione dei risultati e delle performance

Un primo approccio teorico combina i criteri SRI/ESG con gli strumenti di valutazione più utilizzati tradizionalmente per la valutazione dei risultati (e/o delle performance) nell’evoluzione degli studi sulle teorie del portafoglio:

  • governare sigma (rivisitare Sharpe), al fine di rinvenire rendimenti adeguati caratterizzati da rischi minori su orizzonti temporali medio lunghi
  • battere il beta del mercato (rivisitare Treynor), utilizzando strumenti che, sempre nel lungo periodo, possano godere di minore volatilità perché caratterizzati da idonei fattori economico-sociali
  • battere il DSR – downside risk (rivisitare Sortino), attenuando il numero di eventi che possono determinare risultati negativi, unici oggetti del calcolo dell’indicatore
  • controllare il bisogno di TE -tracking error (rivisitare Modigliani), attraverso investimenti che si muovano in modo virtuoso rispetto agli andamenti di mercato
  • ricercare alfa, nel caso degli investimenti SRI, riconduce infine alla scelta di un criterio che corrisponda ai principi esposti in queste note, capace di conseguire un risultato migliore di quello offerto da scelte di portafoglio tradizionali.

Un’analisi statistica, fondata su un arco temporale adeguato e su cluster di famiglie di fondi SRI/ESG compliant ben classificato, potrà opportunamente verificare nel tempo se la selezione di investimenti impostata in queste note è in grado di corrispondere alle attese di investimento di un universo significativo di investitori privati ed istituzionali.

INNOVAZIONE APERTA

VISIONE

La 4° rivoluzione industriale investe l’ecosistema agrifood correndo veloce come i dati con il 5G e si trasforma adattandosi ai diversi contesti economici e socio-culturali. Nel nostro Paese la digital transformation è stata avviata con difficoltà all’inizio del terzo millennio e ruoli come Chief Operations Officer e Responsabili IT solo da qualche anno dialogano con altri reparti delle grandi multinazionali della supply chain 4.0: per le PMI italiane sono ancora degli extraterrestri. L’emergenza che abbiamo incontrato segnerà profondamente le nostre vite e il nostro modo di fare impresa. La crisi della domanda si traduce in minori entrate nel 2020 e avrà ricadute sul percorso di sviluppo di artigiani e delle piccole imprese di tutta la catena di fornitura dell’agrifood. In questo periodo emergenziale molte aziende stanno riconvertendo la produzione anche grazie alle tecnologie 4.0: le soluzioni IoT e Cloud computing hanno permesso di sviluppare nuovi modelli digitalizzati di fare impresa 4.0. Le applicazioni 4.0 mostrano un notevole incremento rispetto al 2019: grande accelerazione di applicativi Cloud e Analytics nella Smart Supply Chain e innovative progettualità IoT legate all’agricoltura di precisione per lo sviluppo della Smart Factory.

INNOVAROMAGNA è un modello di innovaizone aperta e si presenta come un HUB sperimentale di “platform economy” allo scopo di innovare grazie a soluzione creative il sistema agrifood 4.0 italiano partendo dalla valorizzazione delle eccellenze agroalimentari della terra di Romagna. Nel medio-lungo termine grazie ad un sentiment di mercato che guarda al digitale come ad una risorsa per il futuro e non più ad un ostacolo l’introduzione, ma Smart Technologies e la tecnologia DLT dimostreranno che la pandemia stia accelerando in modo esponenziale la trasformazione digitale della nostra economia, ancora oggi considerata una delle più arretrate digitalmente d’Europa. Il teamwork di INNOVABILITA S.r.L opera partendo dal valore della trasformazione digitale della supply chain per il settore agrifood perché i Cyber Physical System permetteranno di potenziare le capacità di monitoraggio, controllo e presa di decisioni dei sistemi produttivi e logistici grazie alle aumentate capacità di raccolta dati di invio i questi su piattaforme comuni in cloud interoperabili [pubblici e privati], di elaborazione dati, di analisi e ottimizzazione delle performance di interfaccia con gli altri operatori e i decisori di generazione automatica di azioni sul campo. Queste opportunità sono connaturate ai principi promossi dall’introduzione di Cyber Physical System [CPS] nel sistema produttivo logistico con l’utilizzo intensivo di connessione e coordinamento tra entità fisiche e software con capacità computazionali, per fruire di servizi avanzati di accesso e di processing dei dati. Ne consegue la necessità di un’architettura di controllo costituita da più layer di regolazione ad anello chiuso (closed-loop control) dove l’automazione industriale tradizionale, progettata con gli usuali vincoli di real-time e determinismo delle azioni è affiancata sempre più sia da processi di controllo supervisivo ed ottimizzazione in real-time near real-time sia da processi di ottimizzazione asincrona nella presa delle decisioni manageriali. Per questo motivo nei CPS le macchine classiche da passive si evolvono per essere capaci di comunicare, di raccogliere ed elaborare dati e di agire da ponte tra la realtà fisica (i.e. Lo spazio fisico) e quello virtuale (i.e. lo spazio cyber) nella quale risiedono sia modelli digitali per la simulazione del mondo fisico – in cui rientra il paradigma Digital Twin – sia algoritmi di analisi dati con l’Artificiale Intelligence, sia tecnologie di interfaccia uomo-macchina di ultima generazione (Advanced HMI) utilizzabili per una piena integrazione di oepratori e decisori di diversi layer dell’architettura di controllo.

Questa visione paradigmatica che permette di supportare in maniera ottimale la presa di decisioni e, al tempo dell’infodemia, è da considerare un’opportunità fondamentale per avere garanzia di continuità delle operazioni lungo tutta la supply chain e di tutte le filiere logistiche superando l’idea che si debba presidiare sul posto fisicamente per effettuare certi tipi di decisioni/azioni. Per validare questo approccio innovativo sia di processo che tecnologico e rimarcare l’impatto del pieno sfruttamento di uno spazio cyber a stretto contatto con lo spazio fisico l’idea su cui si basa il programma INNOVAROMAGNA è quella di applicare in varie forme e contesti agrifood l’estensione del paradigma CPS dall’ambiente industriale alla supply chain agroalimentare in particolare e grazie a modelli di “cooptation technology” integrata e resa disponibile per un ecosistema agrifood composto da Enti, Organismi certificatori, cooperative, aziende agricole, banche, associazione di categoria e associazioni che si occupano della sostenibilità e del benessere del nostro pianeta e della qualità dei frutti della nostra terra.

In questa visione estesa i diversi processi fisici sono supportati con capacità di control e learning [in real-time, con visibility della Smart supply chain mediante algoritmi adattivi, per la mitigazione del rischio, e di modelling e analysis, per la descrizione, diagnosi, predizione e ottimizzazione delle performance. Il ruolo del Digital Twin mixata all’Artificial Intelligence e Advanced HMI con la tecnologia DLT sarà fondamentale per avviare una reale innovazione aperta in un quadro evolutivo per il futuro dello SMART FARMING SYSTEM.

Approccio innovativo human to human

Un approccio “sistemico” ai programmi di innovazione aperta come quello che qui proponiamo consente di valorizzare al meglio le nuove tecnologie e quelle che verranno presto fornite dal web 3.0 attraverso una riprogrammazione proattiva dei ruoli e dell’organizzazione del lavoro. Per essere implementato tale approccio richiede che i progetti vengano inquadrati in ampi programmi di innovazione aperta e digitalizzazione delle “operations”, con una chiara visione condivisa strategica dei vantaggi competitivi e del ruolo fondamentale della persona nei processi operativi. Inoltre un ampio coinvolgimento di più funzioni e dipartimenti, soprattutto in area Operations e IT e di figure a diversi livelli gerarchici, è cruciale, così come il coinvolgimento degli attori della supply chain e degli utenti finali e non solo a livelli informativo, ma soprattutto ai fini di raccolta proposte di miglioramento alle sfide innovative. E’ necessario oggi più che mai implementare – questo documento è una modalità – attraverso strumenti digitali un approccio ai progetti innovativi con una metodologia agile e di design thinking. Il change management è un asset strategico di questo cambiamento per la buona riuscita dell’innovazione aperta 4.0 con persone specifiche che si occupano di condividere questi temi a supporto del progetto facendo leva su una nuova cultura aziendale di un ecosistema orientato al continuous improvement.

L’infodemia: cogliamo l’opportunità per la creazione di una “new economy”

Negli ultimi mesi le aziende del settore agrifood si sono trovate davanti alla grande sfida di continuare a produrre garantendo le necessarie condizioni di sicurezza a seguito dell’emergenza sanitaria. Dal punto di vista organizzativo questo ha comportato un ripensamento spesso radicale delle modalità e dell’organizzazione del lavoro. Secondo noi per attuare una innovazione aperta costruttiva oggi sono necessari 4 elementi fondamentali:

1] la necessità di ridurre la presenza fisica dei lavoratori del settore agrifood laddove non è indispensabile: un processo accelerato che era ancora in fase precoce di “farming smart working” una flessibilità degli orari e dei luoghi di lavoro. Gli investimenti pregressi in tecnologie 4.0 si è rivelato un fattore abilitante per il trasferimento in remoto di molte attività e operazioni di controllo e supervisione e di intervento sulle macchine soprattutto per la manutenzione.

2] la necessità di gestire in modo dinamico e tempestivo le eventuali assenze causate da motivi di salute o rischio di contagio ha determinato l’importanza fondamentale di dotarsi di sistemi di workforce management fortemente integrati con sistemi informativi di produzione, al fine di gestire al meglio i turni di lavoro, scheduling delle attività produttive e condizioni di salute e sicurezza sul lavoro.

3] la nuova enfasi sulla salute e sicurezza sul lavoro ha evidenziato le opportunità derivanti dalle tecnologie 4.0 per la gestione efficiente ed efficace di questi aspetti e il loro supporto alle pratiche di gestione digitalizzata esistenti

4] le sfide di riconfigurazione di nuovi modelli di business, dei layout degli impianti e delle postazioni di lavoro, degli orari e dei turni sono state colte in modo più tempestivo da parte delle aziende che non solo avevano investito in modo più significativo in tecnologie 4.0 ma che le avevano anche integrate nei processi con approcci partecipativi dell’innovazione e al cambiamento, ponendo al centro l’utente e la persona. In questo contesto un approccio proattivo e collaborativo delle associazioni di categoria degli agricoltori, assieme agli operatori della supply chain può rappresentare un fattore fondamentale di successo nela riconversione dei sistemi alla “next economy”. L’economia new normal.

Sostenibilità

Dal Green New Deal al new normal: ri-mettere al centro la sostenibilità in modo cooperativo. Era il 14 gennaio 2020 quando Ursula von der Leyen iniziava a far percorrere all’Europa la strada del Green New Deal. Un ingente ed ambizioso piano di investimenti orientato a mettere al centro dell’agenda europea la trasformazione delle economie degli Stati membri nella direzione della sostenibilità, con l’obiettivo di raggiungere l’impatto climatico zero entro il 2050. Una vera e propria rivoluzione ambientale, economica e sociale che avrebbe toccato tutta l’Europa facendo della sostenibilità non un vincolo da rispettare, ma un vero e proprio volano di sviluppo.

Dal Green New Deal al new normal

Poi è arrivata l’infodemia, 5 mesi fa, non un’epoca lontana. Qualcuno, all’inizio della crisi, condivideva l’hashtag #andratuttobene: altri, bollati come pessimisti, evidenziano come le possibilità che tutto potesse andar bene erano scarse. Oggi, con decine di migliaia di morti e un’economia al collasso, la voglia di cantare dai balconi è passata, e con essa l’idea che il coronavirus avrebbe rappresentato un incidente di percorso da lasciarsi rapidamente alle spalle. Ed ecco che il pensiero e la prospettiva del Green New Deal sono stati sostituiti dalle ansie per la ripartenza, e dal sospetto sempre più fondato che nulla sarà più come prima e che il coronavirus non abbia portato con sè “solo” decine di migliaia di morti, ma anche la necessità di ripensare profondamente molte delle dinamiche della nostra società.

Il Green New Deal non rappresenta una prospettiva da accantonare, anzi oggi, per noi, dovrebbe far parte di ogni azione politica ed economica a lungo raggio. Oggi abbiamo l’opportunità di adottare questa visione in ogni azione pubblica, dalle scelte in politica sino a quelle di ogni singolo cittadino responsabile, delle istituzioni e delle aziende che fanno parte di un unico ecosistema dove poter  ripensare la nostra società dando il giusto significato a quel concetto di “new normal” che ha cominciato a farsi strada nel dibattito pubblico è attualmente si trova nella delicata fase in cui può ridursi all’ennesimo termine da prosciugare di significato nei confini di un dibattito da salotto oppure diventare una reale prospettiva di ripartenza.

Non dobbiamo tornare alla normalità, ma costruirne una nuova attraverso un uso consapevole dei dati

Qualcuno pensa al “new normal” come un progressivo ritorno alla normalità. Ma al di là del fatto che la condizione economica mondiale, nei suoi effetti su processi che si consideravano consolidati, non lo permetterebbe, tornare di nuovo alla normalità sarebbe davvero un’occasione persa rispetto alla possibilità di sviluppare, in questa fase di ripartenza, una nuova normalità. Una nuova normalità che parta dalla consapevolezza che cambiare abitudini e comportamenti si può, e se lo abbiamo fatto in una condizione straordinaria per un evento imprevisto lo possiamo e lo dobbiamo fare per una situazione certamente non meno grave del Coronavirus, come quella dell’inquinamento e del cambiamento climatico. Condizione non meno grave, ma che – non presentando caratteri di emergenza percepiti come tali (i morti a causa dell’inquinamento – o degli agenti chimici contenuti in molti alimenti con effetti nocivi sul corpo umano – sono più silenziosi dei morti per il coronavirus) – non ha generato un cambiamento così significativo nei comportamenti delle persone e nelle strategie globali. Abbiamo la necessità di gestire e valutare in modo consapevole la mole di dati che condividiamo grazie al web 3.0

La sostenibilità molto forte non è sostenibile

Alla fiera dell’ovvio non sono mancati, in questi mesi, quanti hanno fatto notare come il blocco totale delle città, delle industrie, della produzione abbia generato effetti positivi sull’ambiente. E non è mancato chi ha approfittato del trionfo di La Palice per stigmatizzare il fatto che l’uomo abbia un impatto su clima ed ecosistema. In questi mesi abbiamo assistito al trionfo della banalità derivante dagli effetti più distorsivi di quella sostenibilità definita eco-centrica che già negli anni ’90 Robert Costanza definiva “molto forte” e che non ha prodotto effetti positivi nell’affrontare il tema della sostenibilità, creando un’opposizione insuperabile tra progresso e benessere. La nuova normalità che andremo a ricostruire, quindi, può e deve partire da questo. Può e deve partire da una rinnovata concezione del ruolo dell’essere umano nell’ecosistema e da 3 elementi di consapevolezza che dolenti o nolenti ci ha portato il coronavirus.

Primo elemento: cambiare si può. Anzi si deve

Si può fare. Siamo nelle condizioni di cambiare i nostri comportamenti, e se possiamo farlo in un’ottica emergenziale con grandi disagi, lo possiamo fare anche – e per di più con minori disagi – su tempi più lunghi e con impatti strutturali e sistematici. Questo vuol dire, ad esempio, che perseguire politiche energetiche orientate alla decarbonizzazione, non può prescindere da un’analisi dell’impatto sociale ed economico che avranno tali politiche sulla società. È questa la forza del Green New Deal della Von Der Leyen: disegnare la nuova normalità vorrà dire comprendere come mettere le strategie zero carbon ed economia circolare al centro dell’ecosistema garantendo nel contempo il benessere e lo sviluppo economico e sociale. Certo, dobbiamo volerlo, e per volerlo dobbiamo percepirne l’importanza e condividere alcuni aspetti di questo nuovo approccio.

Secondo elemento: il cambiamento deve essere sostenibile

Può sembrare un gioco di parole, ma il cambiamento nella direzione della sostenibilità deve essere a sua volta sostenibile. Oppure, sciogliendo il gioco di parole, la sostenibilità ambientale non può essere perseguita se non si garantiscono sostenibilità economica e sociale. È evidente che bloccare economia e società riduca gli impatti dell’inquinamento. Ma se per ridurre l’inquinamento si puntasse a precludere l’umanità, blindando in casa ed annichilendo la produzione, a ridursi non sarebbe solo l’inquinamento. Chiaramente quella che stiamo vivendo è una situazione estrema, ma evidenzia bene – come tutte le condizioni limite – gli effetti delle azioni e le loro conseguenze. Nel cambiamento dei comportamenti che sarà richiesto alle persone e degli imprenditori nella nuova normalità sarà fondamentale da una parte promuovere comportamenti sostenibili, dall’altra rendere il cambiamento accettabile e desiderabile. Diversamente c’è il rischio concreto che non sarà agito.

Terzo elemento: la sostenibilità digitale

Questi mesi hanno dimostrato il ruolo centrale del digitale nella quotidianità di milioni di persone. In tal senso il Coronavirus è stato un fortissimo catalizzatore nella penetrazione della tecnologia nella vita delle persone. Tuttavia, se il virus ci ha messo alla guida di un’automobile molto potente, non ci ha certo insegnato a guidarla. La confusione tra lavoro remoto e smartworking o quella tra teledidattica ed e-learning lo dimostrano. Fare della tecnologia una leva di cambiamento e uno strumento di crescita sostenibile, ossia agire nella direzione della sostenibilità digitale, diventa un elemento imprescindibile nel cammino verso quella nuova normalità che dovrebbe andare nella direzione del Green New Deal. Ma per farlo non basta che milioni di persone abbiano per la prima volta avuto accesso agli strumenti tecnologici: serve che quei milioni di nuovi utenti abbiano consapevolezza dei punti di forza e di debolezza di strumenti che, in ogni caso, cambieranno le loro vite e quella della “new economy”.

Verso un “nuovo” Green New Deal

Pochi programmi di sviluppo sono stati sfortunati come il Green New Deal di Ursula Von Der Leyen, reso obsoleto da uno sciagurato cigno nero e superato da una crisi che richiederà di ripensare interi modelli economici, oltre che la cura della salute di milioni di persone. Noi riteniamo che il Green New Deal trova in questa sciagura la sua più grande opportunità. Perché da nessuna parte è scritto che la nuova normalità che costruiremo dopo il coronavirus debba essere peggiore della precedente.

Oggi dobbiamo ripensare la nostra normalità in un contesto in cui non possiamo escludere altri cigni neri e nel quale – anzi – la sfida è quella di disegnare una società che faccia della resilienza un reale principio di sviluppo e non uno slogan che, nel caso del Coronavirus, si è dimostrato ancora lontano dall’avere una reale dimensione di concretezza. Ma nulla toglie che, anche grazie alla lezione del coronavirus, non si comprenda davvero la necessità di costruire una normalità migliore di quella che abbiamo già inesorabilmente perso. Una normalità che sia resiliente e sostenibile, e che veda nella tecnologia uno strumento di sviluppo in grado di accompagnarci nel perseguimento degli obiettivi di un’Agenda 2030 che – seppure perfettibile – è e resta un riferimento importante al quale puntare ed uno strumento decisivo al quale riferirsi nella definizione di quelle scelte che si renderanno necessarie per la costruzione di un nuovo Green New Deal. Noi abbiamo deciso di puntare sull’applicazione di modelli di innovazione aperta nel settore agrifood per tornare a dar valore ai frutti della nostra terra.

Modelli di riferimento: l’esempio della blockchain pubblica della Regione Lombardia

Il primo esempio in Italia in cui la Pubblica Amministrazione introduce il protocollo blockchain per un uso pubblico per tracciare i prodotti provenienti dalla Regione Lombardia. Per esempio per un litro di latte si attraverso la scannerizzazione di un Qrcode con una APP scaricata sul proprio smartphone si potranno conoscere gli esiti dei sopralluoghi degli ispettori sanitari regionali presso gli allevamenti (uso di farmaci, sanità dei capi, igiene delle strutture, etc.) e presso gli impianti di trasformazione. Senza contare i controlli di società terze per quanto riguarda ad esempio il benessere animale. La piattaforma blockchain sviluppata da Aria, la società in house di Regione Lombardia per la trasformazione digitale, aggrega questi dati a quelli provenienti dalle aziende stesse (il Consorzio e la Cooperativa). Riprendendo l’esempio del litro di latte si potrà dunque sapere qual è l’allevamento che lo ha prodotto, dove si trova, le caratteristiche della materia prima e tanto altro ancora. E’ un mercato in cui si sta facendo strada l’esigenza di avere prodotti sicuri e genuini, autentici. Per rispondere alle esigenze di co-produttori di un modello di economia circolare – i cosiddetti consumatori della grande distribuzione – e offrire un nuovo strumento di comunicazione alle aziende, Regione Lombardia ha deciso di lanciare una propria blockchain per la tracciabilità dei prodotti agroalimentari. Si è partiti lo scorso anno con la carne del Consorzio lombardo produttori carne bovina e con il latte della Latteria Sociale Valtellina. I consumatori che troveranno questi prodotti nei supermercati potranno risalire alla storia della confezione semplicemente scansionando il QRcode stampato sull’etichetta intelligente dalla quale si potranno visualizzare pagine informative che conterranno i dati oggi in pancia alla pubblica amministrazione e alle aziende coinvolte nella filiera del latte.

Blockchain a servizio di consumatore e degli agricoltori

E’ una strategia vincente perché valorizza i dati depositati su registri privati della Pubblica amministrazione e di aziende che fino a ieri erano inutilizzati. Le  informazioni sono a disposizione dei consumatori e la tracciabilità pubblica aiuta a cementare la fiducia in un settore delicato come quello agroalimentare. Per le aziende agricole e i piccoli agricoltori è una leva di marketing da utilizzare nei confronti del consumatore e anche del venditore di prodotti agricoli concorrente che non è per così dire “al passo con l’evoluzione della tecnologie della fiducia: la blockchain.

L’aspetto della certificazione del dato è un elemento che caratterizza tutto l’impianto. Ci troviamo infatti in un momento di grande proliferazione di blockchain private in cui la singola azienda si dota di questo strumento inserendo in prima persona i dati all’interno della piattaforma. Dati che tuttavia nessuno ha certificato come veri, ma che si basano sulla buona fede dell’operatore. Nel caso della blockchain, per esempio, di Regione Lombardia invece i dati inseriti, resi immutabili dalla blockchain, sono genuini e certificati dalla stessa Pubblica amministrazione, oppure dalle aziende che ritirano e lavorano le materie prime. Carne e latte rappresentano solo l’inizio perché dalla Regione vogliono estendere questa sperimentazione anche ad altre filiere. Ma non solo, è stata infatti lanciata una consultazione pubblica – modello di innovazione aperta – per tastare il polso del territorio riguardo alla tracciabilità agroalimentare tramite blockchain.

E tramite il portale di Open Innovation la Regione ha aperto la piattaforma a soggetti terzi interessati ad unirsi al programma L’obiettivo è quello di attirare aziende del territorio intenzionate a valorizzare le proprie produzioni offrendo una piattaforma su cui sviluppare i propri progetti di tracciabilità blockchain.

Il PoC sulla tracciabilità su blockchain dei grani antichi della Val Marecchia: un modello sostenibile

I programmi ambiziosi come quello di creare la blockchain che valorizza il lavoro degli agricoltori e dei lavoratori dei Presidi Slow Food o delle materie prime degli agricoltori associati alla Federazione Nazionale Coldiretti – per esempio – non possono definirsi e concludersi senza la prova che le risorse utilizzate funzioneranno correttamente e porteranno a un ritorno. Il modo in cui si dimostra che un progetto basato sulla sperimentazione di innovazione aperta ha le potenzialità per essere portato a termine è quello che viene chiamato Proof of concept (POC): un investimento non sarà finanziato se non può offrire un ritorno, ma può essere condiviso il valore se sperimentato in un’ottica di innovazione aperta. Una prova di concetto (POC) è un primo esercizio, una realizzazione di bozza progettuale per tracciare un programma più complesso, testare l’idea di programma al fine di dimostrarne la fattibilità, coadiuvata in seguito da diversi strumenti come il prototipo, il pilot o l’MVP (Minimum Viable Product). La proposta di notarizzare i processi di lavorazione e dei dati della piccola distribuzione organizzata della filiera delle eccellenze della nostra Regione Emilia-Romagna nasce dalla esigenza di salvaguardare e valorizzare l’autenticità e la tracciabilità delle materie prime attraverso un’idea innovativa di sostenibilità e valorizzazione delle biodiversità dei Presidi Slow Food e delle eccellenze regionali attraverso la tecnologia 4.0 e la blockchain.

Il crowdfunding – la raccolta di fondi online – è un modello che si adotta in questi casi di sviluppo di un progetto organico: in cui una startup si occupa della creazione e della gestione della campagna online e la realizzazione del prototipo come MVP del programma più completo: soluzione che prevede il supporto di tutti gli attori principali dell’ecosistema e partner di Slow Food Emilia-Romagna nel cooperare nella creazione del primo programma di innovazione aperta nell’agrifood della Regione Emilia-Romagna

Fabrizio Fantini

Amministratore Unico

INNOVABILITA S.r.L