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Patto Globale Verde e Digitale e la CINA?

Apr 7, 2021

Mentre la Cina con lo “Yuan digitale” procede per scagliare l’arma finale della supremazia geopolitica e monetaria

la sovranità digitale è la nuova dimensione della politica estera italiana: ma da dove arrivano gli aiuti della banca centrale europea?

L’Europa può avanzare un nuovo Patto Globale Verde e Digitale che mette la democrazia al primo posto

È chiaro a tutti [finalmente] che oggi la sovranità digitale significa anche sovranità politica ed economica. La sovranità era principalmente un concetto geografico e militare. Ma oggi ha una nuova dimensione cruciale. La sovranità digitale – o la sua mancanza – sta diventando una questione strategica centrale, non da ultimo per l’Europa. Come più volte sottolineato dal Presidente francese Macron la “sovranità digitale” è un concetto integrale nelle nuove riforme tecnologiche dell’Ue, in quanto “l’Europa ha bisogno di “soluzioni europee” per ridurre la sua dipendenza dai giganti tecnologici statunitensi”. La sovranità digitale dell’Europa è un fattore di competitività globale, da cui dipendono la nostra capacità di crescita sostenibile e inclusiva a lungo termine, la nostra sicurezza nazionale e l’influenza dell’Europa nei settori chiave. Sovranità digitale significa anche che non basta accelerare la digitalizzazione, è anche necessario darle una direzione. Come società dovremmo essere in grado di impostare la direzione del progresso tecnologico per risolvere le sfide più urgenti dei nostri tempi, a partire dall’emergenza climatica, dalla sanità pubblica e dall’istruzione pubblica. Si tratta di utilizzare le tecnologie digitali per raggiungere la sostenibilità sia sociale che ambientale: ovvero proporre un nuovo “Patto Verde e Digitale”.

Durante la pandemia abbiamo assistito a una crescente digitalizzazione di molti aspetti della nostra vita quotidiana. Tuttavia, ci siamo resi conto di essere più che mai dipendenti da infrastrutture critiche possedute e controllate da una manciata di giganti della tecnologia (con sede negli Stati Uniti o in Cina) che presentano una concentrazione industriale inaudita nella storia recente. Le cinque più grandi società tecnologiche statunitensi – Amazon, Google, Facebook, Apple e Microsoft – hanno registrato una crescita impressionante nel 2020: le loro entrate combinate sono cresciute di un quinto, arrivando a 1,1 trilioni di dollari, e la loro capitalizzazione di mercato collettiva è salita a 8 trilioni di dollari durante la pandemia. Le azioni tecnologiche statunitensi valgono ora di più dell’intero mercato azionario europeo per la prima volta nella storia. Dal 2017 le aziende tecnologiche statunitensi sono cresciute di una quantità superiore al Pil della Norvegia ed investono circa 20 miliardi l’anno in ricerca e sviluppo e infrastrutture critiche come cloud computing e data centers. Tendenze simili in Cina con Alibaba e Tencent. Le Big Tech hanno una dimensione, una capacità di crescita e di arrivare miliardi di persone che nessun’altro possiede. Se cinque o sette aziende possiedono l’economia digitale, può davvero funzionare per tutti noi? Dobbiamo garantire che lo sviluppo del capitalismo digitale non si traduca in forme irreversibili di concentrazione economica.

Ciò dimostra che in un contesto di crescente multi-polarità geopolitica, la sovranità digitale significa anche che per l’Europa essere vista come una “superpotenza della regolamentazione” non è più sufficiente. L’Ue deve rimanere rilevante come potenza economica globale attraverso la sua innovazione scientifica e tecnologica, riprendendo il controllo della connettività, dei dati, dei microprocessori e del 5G. L’Europa ha bisogno di costruire alternative ai monopoli cinesi di produzione tecnologica e ai monopoli di proprietà intellettuale, digitale e di pagamento basati negli Stati Uniti. Per raggiungere questo grande obiettivo, abbiamo bisogno sia di una regolamentazione ambiziosa che di una strategia industriale digitale per aiutare a far crescere i campioni digitali europei in grado di competere nella digitalizzazione basata sulle piattaforme.

L’Europa comprende infatti bene le reali minacce alla sovranità nel ventunesimo secolo ipertecnologico e ha sviluppato nuove politiche ambiziose e un quadro normativo olistico che renderà l’Europa adatta all’era digitale e ha il maggior potenziale per rimodellare l’economia digitale globale. Ciò include un nuovo quadro normativo per garantire che la democrazia tenga il passo con il progresso tecnologico, delineando insieme al Digital Market Act e al Data Governance Act, politiche di concorrenza e Antitrust rafforzate per frenare il predominio e gli abusi di mercato delle piattaforme digitali insieme a una nuova proposta di tassazione digitale; un ambizioso programma di investimenti, il Next-Generation Eu, finanziato tramite debito comune europeo, che deve essere indirizzato secondo una strategia industriale con progetti di interesse comune dell’UE, con un focus su tecnologie verdi come l’idrogeno, le batterie elettriche e le energie rinnovabili e circa 400 miliardi di investimenti in tecnologie critiche come AI, microprocessori, le reti 5G, l’iniziativa cloud GaiaX, quantum computing e cybersecurity.

Per l’Europa è essenziale rimanere competitivi nelle catene del valore strategiche del futuro per raggiungere l’obiettivo di diventare neutrali dal punto di vista climatico entro il 2050 e garantire che le catene di approvvigionamento siano sicure. Ciò significa che o produciamo noi stessi in Europa le tecnologie critiche di cui abbiamo bisogno oppure dobbiamo essere in grado di garantirne l’accesso a lungo termine da una serie di fonti diverse, senza dipendere dall’importazione di materie prime, in quanto si prevede che il consumo di molti elementi delle terre rare, sul cui export domina l’Asia, supererà l’offerta globale entro un decennio. Da questo dipende anche Il futuro dell’energia verde in Europa. Non si tratta infatti solo dell’impatto sul settore tecnologico, ma su ogni settore, dal momento che tutto oggi, dall’automotive allo spazio, dall’istruzione alla sanità, viene trasformato dalle due transizioni verde e digitale. La carenza globale di chip continua a colpire il business globale. l’UE è inoltre preoccupata per il fatto che oltre il 70 per cento dei chip del mondo provenga da un paese: Taiwan. In un contesto geopolitico sempre più teso, la pericolosa vicinanza di Taiwan alla Cina è particolarmente allarmante. L’industria automobilistica soffre di una carenza di microchip poiché una ripresa più rapida del previsto della domanda di automobili incontra una catena di fornitura che già fatica a tenere il passo con il boom dell’elettronica di consumo. Samsung, Honda e Volkswagen sono tra le ultime grandi aziende dell’automotive ad avvertire di interruzioni prolungate che possono fortemente danneggiare la produzione di specifici modelli. Volkswagen stima la perdita di circa 100,000 macchine quest’anno, all’interno di un processo in cui l’industria automobilistica sta trasformando il loro modello di business verso l’elettrificazione e basato sull’intenso uso di dati, intelligenza artificiale e connettività. L’Unione europea ha per questo presentato un ambizioso piano da 2 trilioni di dollari per riprendersi dal declino economico del Covid-19 e rafforzare la sua produzione manifatturiera sovrana. Nell’ambito del Next-Generation EU, c’è l’obiettivo di produrre almeno il 20% dei semiconduttori mondiali in Europa entro il 2030, rispetto al 10% dello scorso anno.

In questo quadro, uno degli obiettivi principali dovrebbe essere riconquistare la sovranità dei dati dei nostri cittadini, città e industrie, sviluppando uno spazio di dati e intelligenza artificiale a livello europeo con nuovi modelli di governance come i data trust, con dati condivisi per l’interesse pubblico, standard etici per l’intelligenza artificiale, e l’applicazione di regole su come vengono gestiti i dati dei cittadini attenti alla privacy per evitare che i dati vengano utilizzati dalle piattaforme digitali per spiare, monitorare e manipolare il loro comportamento. Oppure i problemi associati a questo modello di business insostenibile, come la disinformazione, le fake news, la diffusione di teorie del complotto, i social media bans, la concentrazione dell’IA in poche mani private e l’erosione della privacy digitale continueranno a crescere e ci colpiranno duramente.

Come ha affermato la presidente della Commissione Europea Ursola von der Leyen a Davos, abbiamo bisogno per tenere sotto controllo il lato oscuro del digitale. Dobbiamo contenere l’immenso potere della Big Tech, trasformare il modello di business, e rendere trasparenti gli algoritmi. L’Europa è chiara: la regolamentazione digitale non può essere fatta da un’oligarchia digitale. È una questione che riguarda il popolo sovrano, i governi e la magistratura. L’Ue ha una forte leadership nella definizione di standard globali per proteggere la democrazia e i diritti digitali e la presidente della Commissione Europea sta ora esortando il governo degli Stati Uniti con la nuova Amministrazione Biden a estendere ulteriormente la cooperazione internazionale seguendo il tentativo dell’UE di regolamentare le Big Tech, mettendo la democrazia al primo posto. Sicuramente fanno ben sperare le due annunciate nuove nomine di Lina Khan, all’avanguardia del movimento antitrust contro le Big Tech e figura chiave dietro la storica investigazione del Congresso Americano su Facebook, Amazon, Google e Apple e quella del Professore di diritto Tim Wu, noto per aver coniato il termine “neutralità della rete”, al Consiglio Economico Nazionale come consulente speciale per la tecnologia e la politica di concorrenza. Da queste mosse si vede che c’è uno slancio crescente per riformare e rafforzare l’applicazione dell’antitrust negli Stati Uniti, per affrontare frontalmente una inedita concentrazione di mercato. Sembra anche che il governo e le autorità cinese stiano intensificando gli sforzi per regolamentare il potere delle grandi piattaforme digitali cinesi, a partire dall’impero di Jack Ma, l’imprenditore più famoso della Cina e fondatore di Alibaba, dopo che le autorità di regolamentazione hanno fatto naufragare l’offerta pubblica iniziale (IPO) record mondiale di 37 miliardi di dollari di Ant Group, l’affiliata fintech di Alibaba e ritirato l’Internet browser UC di Alibaba dagli app store delle compagnie Internet cinesi accusato di pubblicità ingannevole.

Intanto continuano le forti tensioni commerciali e tecnologiche fra Cina e Usa. Mercoledì scorso il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha citato in giudizio viarie società cinesi, prendendo di mira tecnologia e servizi cinesi che potrebbero minacciare la sicurezza nazionale, compresa l’imposizione di limiti alle vendite americane a società cinesi come Huawei e il produttore di chip SMIC. La Cina ha risposto con il divieto da parte dell’esercito cinese di entrare nei suoi complessi con veicoli Tesla, esprimendo preoccupazione per le telecamere equipaggiate a bordo e citando le preoccupazioni che “i dati raccolti dalle auto potrebbero essere una fonte di fughe di notizie sulla sicurezza nazionale”.

Se l’attuale guerra commerciale Usa-Cina incentrata sulla supremazia tecnologica continua, dovremmo anticipare che il decoupling Usa-Cina nei settori tecnologici strategici si sposterà su una gamma più ampia di attività economiche e l’Europa rischia di diventare un danno collaterale. Ad esempio, le aggressive azioni di Trump nell’usare il dominio dei semiconduttori americano per ostacolare la crescita di Huawei, ha spinto il governo cinese a lanciare un massiccio sforzo nazionale finanziato dallo stato per rendere il paese indipendente nella produzione di semiconduttori, con l’obiettivo di raggiungere il dominio nell’industria globale dei semiconduttori. Il disaccoppiamento rischia di creare un divario globale tra tecnologia e industria, con guerre nazionalistiche per la supremazia su intelligenza artificiale e semiconduttori che diventerebbero inevitabili.

Abbiamo bisogno di un’alternativa razionale: la sovranità tecnologica globale, insieme alla necessità di plasmare le regole che governeranno il progresso delle nostre tecnologie e delle società digitali, è tornata al centro della nostra politica estera. La soluzione europea che dovremmo offrire al mondo non è quella di ritirarci in una mentalità da guerra fredda, ma invece avanzare una proposta per un nuovo Patto Globale Verde e Digitale, cominciando da concrete regole condivise su antitrust, privacy digitale, tassazione globale e clima. La cooperazione globale è anche necessaria sull’uso dell’Intelligenza Artificiale, o per stabilire regole per la cybersecurity e cyberwarfare. È necessaria una nuova visione per una società digitale globale e interconnessa con regole concordate democraticamente, che stabiliscano standard globali per una digitalizzazione sostenibile, a beneficio sia delle persone che dell’ambiente. Per l’Europa competere significa mettere in campo la nostra forza culturale, la nostra storia e i nostri valori. L’Europa può intraprendere una terza strada, oltre il Big Tech- il capitalismo della sorveglianza di Silicon Valley e il Big State- l’autoritarismo digitale che conosciamo dalla Cina, quella della Big Democracy- un nuovo umanesimo digitale, con un tocco europeo unico sull’innovazione, che garantisca la nostra autonomia strategica e competitività, la piena partecipazione democratica dei cittadini e dei lavoratori, che protegga i dati, l’ambiente e i diritti fondamentali delle persone.

Tutto questo parlare e pubblicare notizie sull’indipendenza tecnologica è molto affascinante: poi occorre verificare su quali serve poggiano i siti e i portali di fabbricatori di “fake news”.

Oggi sono la comploiance, governance e diligence le parole di ogni progetto di valore che parla italiano: MADEINITALY.TECH e INNOVABILITA puntano tutto il proprio valore sull’autorevolezza dei dati delle produzioni di eccellenza del Made in Italy.

Fabrizio Fantini

Innovatore olonico per la creazione di imprese intelligenti abilitante un ecosistema biolonico